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Giovanni Scanu
Tshinkunku Head Coach

Dalla Lituania alla Moldavia, dal Kerala in India fino alla nuova sfida in Repubblica Democratica del Congo: Giovanni Scanu continua il suo percorso unico nel calcio internazionale. In questa intervista, ci racconta come sta vivendo l’esperienza sulla panchina del club africano, tra sfide, aneddoti e preziosi insegnamenti per chi sogna di allenare all’estero.

Ciao Giovanni, come stai? Dove ti trovi in questo momento?

Ciao! Al momento mi trovo a Lumumbashi, la capitale economica della Repubblica Democratica del Congo. Alleno il club Thsinkunku, che milita nella massima serie locale. Il presidente del club è una figura politicamente molto influente nel paese, essendo il primo assistente del paese, il che rappresenta un elemento importante per lo sviluppo della società. Stiamo concentrandoci soprattutto sulla crescita organizzativa, perché il presidente ha acquistato il club solo due mesi fa e, di conseguenza, stiamo praticamente costruendo la realtà del club da zero.

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Come è organizzato il campionato locale?

Il campionato locale conta 16 squadre, con 4 retrocessioni. La squadra vincitrice partecipa alla Champions League africana, mentre la seconda e la terza classificata giocano nella CAF, che sarebbe un po’ l’equivalente della nostra Europa League.

Dal punto di vista tecnico-tattico, il calcio nel paese è ancora poco evoluto; ad esempio, tutti i giocatori che attualmente militano nella nazionale e stanno disputando la Coppa d’Africa giocano all’estero, principalmente in Europa, quindi non c’è nessun nazionale che giochi ancora nel campionato locale.

Fisicamente i giocatori sono comunque molto forti e prestanti. Il calcio è in espansione e i presidenti stanno investendo molto per far crescere il movimento nel paese.

Sei un allenatore “giramondo” e hai lavorato in paesi molto diversi. Da dove nasce questa tua voglia di portare il calcio in tutto il mondo e di affrontare sfide così varie?

La mia voglia di lavorare in paesi diversi nasce da una realtà piuttosto sincera: in Italia, purtroppo, ci sono dinamiche che non sempre permettono a un allenatore di emergere basandosi esclusivamente sulla meritocrazia. Di conseguenza, mi sono ritrovato costretto a cercare e crearmi opportunità all’estero, nei mercati dove ci sono effettivamente possibilità di crescita e di lavoro.

Come ti adatti a lavorare in campionati e contesti culturali così diversi tra loro?

Ogni campionato ha le sue peculiarità e, spesso, le realtà in cui mi sono trovato, sono culturalmente e socialmente distanti da quella a cui sono abituato. Per questo motivo, un allenatore deve essere in grado di adattarsi e rispettare il contesto locale. Allo stesso tempo, credo sia fondamentale ottenere rispetto reciproco: la società, il presidente, i giocatori e gli assistenti devono comprendere e rispettare la metodologia che proponi. Solo così si può lavorare in maniera efficace, trovando un equilibrio tra adattamento e autorevolezza.

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Come descriveresti lo sviluppo e lo stile del calcio nei paesi in cui hai lavorato?

È un calcio in continuo cambiamento, che si velocizza sempre di più e dove è necessario aggiornarsi costantemente e rimanere al passo con i tempi. Tuttavia, un aspetto che rimane fondamentale è la capacità di leggere la gara, comprendere le dinamiche in campo e prendere decisioni intelligenti durante la partita.

Per concludere, vogliamo parlare di un tuo desiderio personale: c’è ancora un Paese in cui vorresti allenare, un obiettivo o un sogno che vorresti realizzare nella tua carriera da allenatore?

In questo momento sono concentrato sul mio attuale incarico. Un domani, un obiettivo che ho, è quello di provare a confrontarmi alla guida di una nazionale. Sarebbe un incarico diverso da quello che sto facendo ora ma sono convinto che sarebbe un'esperienza incredibile.

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